Cristiani oggi, si solamente cristiani.
In questo tempo denso di timori, di paure, di ansie, in questo tempo in cui predomina la sfiducia e la disillusione, riscoprire il messaggio di speranza del Vangelo è una grande gioia che permette di ridare un senso ed uno scopo alla propria vita.
Tornare al Vangelo per riscoprire la buona notizia che Cristo il Salvatore ha portato in questo mondo: “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.
Nell’amore annunciato dal Vangelo, c’è qualcosa di particolare ed unico per l’uomo, qualcosa che l’uomo non può trovare altrove. L’amore di Dio infatti non è un concetto astratto, l’amore di Dio si è impersonificato nell’esperienza concreta di vita di Gesù Cristo tra gli uomini, nell’esempio di Cristo Gesù.
L’amore di Dio è speranza ed allontana via la paura, l’amore di Dio è vita perché ha vinto la morte , l’amore di Dio è accogliente, è un dono offerto ad ognuno che vuole accettarlo aprendo il suo cuore e la sua mente alla volontà di Dio.
Credere in Dio ed in Cristo Gesù non per seguire una tradizione religiosa, non per appartenere ad istituzione religiosa, ma solo per seguire Cristo, colui che è la Via, la Verità e la Vita.
Semplicemente cristiani per cercare di vivere oggi il messaggio di amore e di speranza del Vangelo, cristiani che camminano insieme come comunità di credenti che ha un'unica guida Cristo Gesù.
L’amore di Cristo è la nostra perla preziosa, la luce che illumina il cammino di ogni giorno, l’amore di Cristo è l’unico compagno di viaggio che rimane e non ci abbandona mai.
Ecco perché ha senso tornare a sentirsi semplicemente cristiani.
Se c'è una cosa che un malato desidera più della medicina è sentirsi amato: vedere che le persone che hanno accanto pazienti per lui; vedere le persone che gli vogliono bene preoccupate e in ansia per lui. Il cristiano poi ha una parola potente, una parola di incoraggiamento e di consolazione verso chi soffre: la preghiera. Sentirsi solo e abbandonato fa più male della malattia. Non c'è solo la malattia che causa sofferenza nelle persone: c'è pure la fama, la povertà, l'ingiustizia, la mancanza di senso nella vita, la solitudine, l'indifferenza, la guerra, la morte delle persone care. Chi più chi meno, chi prima chi poi: tutti fanno esperienza della precarietà della vita e sentono il bisogno di avere accanto persone che gli vogliono bene, persone che partecipano alla sua condizione con compassione, non con indifferenza. Quando leggiamo i vangeli, scopriamo che Gesù è accanto agli ultimi, ai poveri, agli emarginati, alle persone che soffrono, agli affamati, ai perseguitati; accanto a coloro che sono perduti e lontani da Dio a causa dei loro peccati. Essere accanto agli uomini e alle donne per Gesù non significa soltanto conoscerli, sapere come si chiamano o avere informazioni sulla loro vita, ma significa simpatizzare per loro, provare compassione per loro, liberarli dalla loro condizione che li opprime, per renderli partecipi dei benefici del regno di Dio.
Sono numerosi i passi evangelici che presentano (direttamente o comunicano) Gesù come colui che sente compassione per le persone. Davanti alle folle che sono come pecore senza pastore, Gesù sente compassione e commozione per loro (Matteo 9,35; Marco 6,34). Sente compassione quando invita a sé tutti coloro che sono affaticati e oppressi nella loro vita (Matteo 11,28-30). Di fronte ai malati ha compassione e li cura (Matteo 14,14). Prova compassione per la gente che lo segue e che da tre giorni non mangia (Matteo 15,32; Marco 8,2). Prova lo stesso sentimento di compassione per i ciechi, i lebbrosi. Gesù sta accanto a quella madre, la vedova di Nain, che piange disperatamente il suo ragazzo (figlio unico) morto (Luca 7,11-17). Di fronte alla morte dell'amico Lazzaro, e alle sorelle (Marta e Maria) che piangono per la morte del fratello, Gesù “fremette nello spirito e si turbo”, poi, dice il testo evangelico, “pianse” (Giovanni 11,33-35). La sua è la missione del Servo del Signore di cui parla il profeta Isaia: “Erano le nostre malattie che egli portava; erano i nostri dolori quelli di cui egli si era caricato” (53,4). Dopo la guarigione della suocera di Pietro, c'è un episodio nel vangelo di Matteo in cui si dice che, venuta la sera, portarono a Gesù molti indemoniati, ed egli scacciò gli spiriti con la parola, e guarì tutti i malati (8,16). E in tutto questo Matteo vede l'adempimento delle parole di Isaia 53 sul Servo di Jahvè o Servo del Signore (Matteo 8,17).
La parola greca che i vangeli usano per indicare la compassione di Gesù è il verbo splanchnizomai, che nell'ebraico biblico indica le viscere dell'uomo, il suo fremito interiore. Compassione deriva dal latino tardo compassione: da “cum” (con) e “patior”, soffrire, che letteralmente significa “soffrire insieme”. È un commuoversi, un sentire un movimento dentro di sé che spinge verso la persona che soffre e che si ama, e alla quale si vuole alleviare la sofferenza. Nei vangeli si dice che Gesù prova compassione (alcune traduzioni dicono che egli ha pietà) nei confronti delle sofferenze incontrate e interviene per guarire, sanare, liberare, perdonare, risuscitare. Le guarigioni di Gesù sono una delle cose che più colpisce la gente, ieri come oggi. Oltre a predicare il Vangelo o il regno di Dio, Gesù si dedica con amore e senza sosta all'opera di guarigione delle persone. Spesso i vangeli riportano dei sommari delle guarigioni di Gesù. Matteo presenta Gesù, sin dall'inizio della sua vita o ministero pubblico, nell'atto di curare e guarire “ogni sorta di malattie e infermità” (4,23-24). Guariva dalla malattia fisica e dalle debolezze del corpo (stanco, spossato, debole, dolorante, sofferente); curava le malattie psichiche; liberava gli indemoniati ei posseduti. Marco afferma che la gente portava a Gesù tutti quelli che stavano male, i malati e gli indemoniati, ed egli ne guarì molti (1,32-33).
Il richiamo costante che i vangeli fanno alle malattie e alle debolezze degli uomini, guariti da Gesù, è un rimando al Servo del Signore di Isaia 42, colui che non spezza o frantuma la canna rotta e non spegne il lucignolo fumante, e di Isaia 60, colui che fascia i cuori infranti o spezzati e proclama libertà a quelli che sono schiavi. La compassione di Gesù non è una solidarietà passiva, ma una vicinanza attiva che opera. Poco prima della moltiplicazione dei pani, dice Matteo, Gesù vide le folle, ne ebbe compassione e ne guarì i malati (14,14).
Paolo Mirabelli